Intervista a Franca Maresa

Roma, 4 dicembre 2003

 

 

D. Come nasce l’idea di  rappresentare Madre Coraggio, lei lo sa?

 

R. L’idea di mettere in scena Madre Coraggio è nata praticamente da me  e dall’incontro mio con un attore, Franco Castellani. Questo ragazzo era allora considerato un po’ esaltato, un guitto, ma in realtà aveva una grande carica, grande volontà di fare. Ci incontrammo per caso, davanti al teatro dei Satiri. Mi disse: “Sai ho un teatro…”, “Davvero?! Fammi vedere!”. Andammo in questo teatro, era tutto distrutto. “Ma che teatro è?” gli chiesi io. “Era un teatro di una parrocchia, io lo voglio ricostruire per farci degli spettacoli, ma non ho soldi, non so come fare..”, “E allora come fai?”, “Bè in qualche modo farò!”. Devo dire che proprio il suo entusiasmo fu quello che ha guidato tutta la baracca, io gli dissi: “Ma realmente che cosa si può fare?”.

           In quel periodo vedevo spesso Luciano Lucignani, che tra gli attori era il più colto, il più preparato. …Potremmo fare Madre Coraggio e i suoi figli di Brecht! In quel periodo subito dopo la guerra era importantissimo farlo. Era un autore praticamente sconosciuto, poi la sua filosofia la conosciamo, contro la guerra… insomma presi dal raptus folle dell’entusiasmo, perché solo così si possono fare le cose…

           Io in quel periodo ero fidanzata con un signore,  anche lui appassionato di teatro  ecc., aveva qualche lira e… Così  il mio amico Franco Castellani andò in Calabria, conosceva  un  commerciante di olio al quale aveva detto del suo progetto di voler fare un teatro e questo commerciante non so quanti milioni gli diede convinto che ci fossero le ballerine… “Bè vengo a Roma, poi ci sono le ballerine…”, pensando di fare qualche affare in quel senso lì.

           Poi il mio amico ci mise il materiale, insomma… Ma la cosa più importante, veramente fondamentale, è stata l’incontro con Sergio Tofano, perché non avendo noi niente, ma niente niente…

 

D. Il testo l’avete scelto insieme o l’ha scelto Lucignani?

 

R. Lucignani l’ha scelto (devi dare a Cesare quel che è di Cesare!). Fu Lucignani che era appena tornato dalla Germania e aveva visto la messa in scena di Brecht. La volontà fu veramente tanta, perché insomma i personaggi sono tantissimi, è una situazione difficile da affrontare, malgrado che eravamo dei ragazzi giovani e non avevamo nessuno alle spalle… Dopo si è formata questa cooperativa, è stata la prima in Italia, si chiamava la Cooperativa degli Spettatori Italiani, lo spettatore diventava nostro socio. Dopo questo abbiamo fatto la Mandragola di Machiavelli, altro spettacolo che era proibito dalla Chiesa… e siamo andati avanti parecchio.

 

      D. Eravate già compagnia?

 

R. C’eravamo Luciano come regista, e io come attrice. Leggendo il testo ci venne in mente che l’unica che poteva fare Madre Coraggio in Italia era Anna Magnani, aveva una carica incredibile, aggressiva, popolana, era una grande attrice, straordinaria, bè, certo in teatro non aveva fatto un gran che: solo il teatro di rivista. E noi con la faccia tosta dei giovani che vogliono riuscire a tutti i costi andammo dalla Magnani a proporle il personaggio. Lei naturalmente tergiversò credo non ci prese sul serio, e poi non gli interessava la cosa, e qui e là… E allora vabbè, cerchiamo un altro personaggio, quale potrebbe essere? Il prete protestante, a chi a chi…Sergio Tofano! Al contrario di tutti, disse subito di sì. Non solo ci prese sul serio, ma anche lui come un giovane attore era entusiasta del progetto, soprattutto perché gli si offriva di fare Brecht… Lire non ce n’erano però noi tutti gli sforzi li abbiamo messi insieme. Naturalmente col nome di Sergio Tofano sono venuti tutti gli altri, adesso non ricordo bene, Renzo come lo abbiamo incontrato… Però so che con il nome di un autorevole attore, qual’era Sergio Tofano, le porte si aprirono. Quindi in questo piccolo teatro, Franco Castellani ( che tra l’altro non c’entrava neanche coi personaggi, non ha fatto niente), è riuscito a metter su un teatro addirittura col palcoscenico girevole… quindi, un po’ di sforzi da parte mia, un po’ di sforzi da parte degli altri.. Con quaranta personaggi, che non erano pochi!

           Ma la novità che interessava molto fu che lo spettacolo venne fatto sul modello del Berliner Ensemble. Da lì andammo poi da Cesarina Gheraldi, che era un’ottima attrice, straordinaria anche lei, con una grinta! Mi ricordo che riuscimmo persino a coinvolgere Renato Guttuso, i costumi erano suoi. Naturalmente eravamo considerati di sinistra, ma in realtà noi non eravamo di nessun partito, volevamo solo mettere in scena questo grande spettacolo che ci piaceva moltissimo. Sono passati moltissimi anni…mi ricordo che sotto il palcoscenico girevole c’erano gli attori a metterlo in moto. I costumi di Guttuso ecc., fu una situazione straordinaria per il teatro, tant’è vero che vennero tutti gli attori…Gassman… Noi eravamo molto bravi devo dire, semplici e…tuo padre, Giovampietro,  io che ero talmente coinvolta…

 

D. Aveva già fatto altri lavori?

 

R. Sì, avevo già fatto teatro e anche cinema… ma questo spettacolo è stato unico!

 

D. Cosa ha significato per lei portare in scena per la prima volta in Italia questo dramma di Brecht?

 

R. Importantissimo! Innanzitutto perché dal punto di vista culturale era un vero evento. Fino ad allora si faceva ancora teatro leggero… ma il teatro veramente impegnato, anche politicamente, fu una vera novità, veramente importante. Anche per me ha significato moltissimo, a parte la bellezza del personaggio, personaggi tutti trattati con maestria da Brecht. Il personaggio della muta è amato da tutti…di grandissima difficoltà, credo che oggi non potrei più rifarlo!

 

D. Kattrin è il personaggio più coinvolto, che sembra più pieno di sentimenti, di amore, verso i bambini…

 

R. Ma tutti i personaggi di Brecht sono importanti! Certo lei, come tutte le persone che non vedono o non sentono o… affinano altre qualità. Aveva una grande tenerezza e tantissimo amore,  è lei l’unica  che riusciva a tenere insieme la famiglia. La madre non si è mai resa conto che la guerra era la vera calamità della sua vita, crede di arricchirsi con la guerra dei trent’anni e invece perde tutti i suoi figli. Kattrin era l’unica che aveva affinato questa sensibilità, era straripante di affetto. Ma tutti i personaggi di Brecht sono importanti, anche Yvette, la prostituta è un bellissimo personaggio. La fece Elvi Lissiak, era un attrice  triestina,mi pare, molto bella, prosperosa.

 

D.  Com’è stato affrontare il personaggio di Kattrin?

 

R. Bè, io non è che mi spaventi, però rendere le situazioni chiare non potendo parlare è difficilissimo, senza cadere nel ridicolo. E’ stato veramente un impegno psicologico e fisico altissimo, però ha dato i suoi frutti… Quando si crea il silenzio e tu devi esprimere una cosa senza  parlare…  Io naturalmente ho visto dei sordomuti  nella vita, quindi mi sono ispirata a loro, ma tra questo e il farlo, è diverso! Io Kattrin, devo dire che il regista non ha avuto molto da dirmi, non avevo visto la realizzazione di Brecht, avevo visto delle foto, quindi diciamo me la sono inventata da sola, come? Mà, sono quelle cose che avvengono per magia, perché non lo so! Vedi io mi ero talmente immedesimata  nel personaggio che ero sordomuta, un’autentica sordomuta, dimagrita. Prima di affrontare il personaggio facevo uno studio di concentrazione che durava anche mezz’ora. Era difficilissimo entrare in questo stato di infermità. (Non nuova a questi personaggi, poi nella mia carriera ho affrontato una cieca, e anche lì fu molto dura. Mi mancava la spastica!).

 

D. Qual è stata la difficoltà più grande?

 

R.  Questa, di entrare tutte le sere nel personaggio. Perché la parola è comunque un aiuto che ti viene, ma se tu non l’hai ,  devi per forza immedesimarti. Il risultato era tale che si creava un momento magico, voglio dire Kattrin era ben presente anche se non parlava. Nella scena finale, col tamburo e poi la morte, si creava una tale tensione che era tutt’uno con il pubblico, era proprio veramente magico, sono quelle situazioni incredibili che si creano!

 

D. Come avete affrontato il lavoro? Il teatro epico era un metodo nuovo…

 

R.  Sì certo, l’impatto è stato difficile. Ma noi eravamo molto bravi. Tutto doveva essere fatto in maniera perfetta. C’è stata di grande aiuto anche la storia che aveva una carica emotiva fortissima, tale che il pubblico si trovava sempre con noi, non c’erano momenti di stasi.

 

D. Anche nei passaggi da un quadro all’altro?

 

R. Da questo punto di vista dipendeva soprattutto dalla regia, dalla luce, dall’illuminazione di questo carro. Naturalmente il teatro epico era una novità ma in verità era realistico al massimo, l’esposizione dei fatti che avvengono, quindi anche per noi non è stato così difficile.

 

      D. Lavorare con Lucignani?

 

R. Lucignani era  un giovane regista, e soprattutto una persona colta ed esperta, non è che fosse un regista di grande polso, ma il risultato è stato ottimo, quindi… Ci raccontò tutte le sue impressioni che aveva avuto in Germania e ci fece vedere le foto.  Era la nostra mente, ecco.

 

D. Gli altri attori? Cosa ricorda: Cesarina Gheraldi, Gaetano Verna, Giovampietro, Maldesi ecc.?

 

R.  Gli altri attori erano tutti bravissimi. Giovampietro, chi lo conosce, era il giovane artista dell’epoca, con questo carattere così sornione, Mario così intenso, straordinario. Gaetano Verna faceva il cuoco in maniera esplosiva anche lui, Nino Dal Fabbro, anche lui bravissimo. Gli attori erano stati scelti bene. Il rimpianto è di non aver avuto la Magnani, sarebbe stato il clou , e nessuno è riuscito ad averla dopo. Madre Coraggio era così selvaggia, però con un grande cuore.

 

D. E Tofano?

 

R. Tofano è stato un grande maestro e anche grande amico, poi lui in un certo momento si era innamorato di me. Era eccezionale, nel personaggio di questo prete protestante. Devi pensare che Tofano era un attore molto introverso, poche parole ma caustico, assolutamente caustico. Quindi, se c’era qualcosa da dire, magari con umorismo, ma sicuramente la diceva. Era un attore di una certa posizione, attore Attore. Era entrato in arte,(così si diceva), nel ‘19 ed era il primo attore che entrava a far parte della comunità artistica laureato in lettere. L’ignoranza che c’era  tra gli attori era bestiale. Erano ottimi in arte ma non c’era cultura come oggi. Allora c’era l’ignoranza e Tofano invece era laureato. Ed era allo stesso tempo un entusiasta, perché mai avrebbe accettato un gruppo di sparuti ragazzi, per quanto attori, che gli proponevano 10.000 lire a l giorno o qualcosa del genere. Non è da tutti accettare. Infondo lui che interesse aveva a venire con noi? Nessuno. Se non quello culturale. Poi Tofano ha insegnato all’Accademia, era un uomo di pochissime parole, ma fatti, sì, fatti! E facendo il prete protestante aveva quell’ambiguità, propria di certi ecclesiastici, che hanno difficoltà ad entrare nella tonaca.  Noi poi siamo rimasti amicissimi da allora, abbiamo fatto anche altre cose.

 

D. Cosa ne pensa della messa in scena?

 

R.  Io trovo che la nostra messa in scena aveva una grande efficacia. Avevamo un fondale nero, e poi così tutti gli oggetti di scena risaltavano.

          Il protagonista di tutta la vicenda è il carro, questo carro con tutte le pentole appese. Quello della Weigel era identico al nostro. Il carro era sempre in evidenza, le luci erano sempre puntate su di lui. C’erano questi fregi e nient’altro. E poi man mano che il tempo passava il carro si spogliava. Non c’erano oggetti in scena, tutto quello che c’era era sul carro che girava continuamente. Era molto semplice. La musica era molto bella, mi ricordo la canzone, come fa…?!  “Non avevo ancor vent’anni”…

 

D.  Alcune critiche dicono che il teatro era troppo piccolo, e le scenografie erano troppo sacrificate…

 

R.  Certo. Comunque pur essendo un teatro piccolo siamo riusciti a fare qualcosa di magico e di eccezionale. E’ chiaro che poi quando siamo andati a Bologna e abbiamo avuto a disposizione il teatro Comunale, è stato diverso. Ma sai, non stava nella scenografia, la riuscita sta nel testo, è il testo che ti coinvolge, ti rapisce. Considerando poi che la guerra è sempre attuale, la guerra è infinita!

 

D. E i costumi di Guttuso?

 

R. Ah sì: Guttuso venne a vedere le prove. Anche in questo caso fu prezioso Lucignani, era nel partito comunista e  lo conosceva bene. Lo fece conoscere anche a noi. Guttuso non era ancora arrivato ad essere famoso. Venne, lesse il testo e fece i bozzetti. I costumi erano stupendi, avevano tutti toni piuttosto scuri, il bordeaux, il verde scuro; poi c’è questo fregio che sintetizza la guerra. Lui fu a nostra disposizione continua. Ci seguì. Io il mio costume me lo feci da me: attraverso il bozzetto di Guttuso andai al mercato a comprare delle stoffe vecchie, poi lo feci cucire apposta da una sarta. Kattrin portava anche un giubbotto, era nel periodo di grande freddo. Tutto fu fatto da me, dalle scarpe, che poi non erano scarpe ma erano ciocie, una specie di pantofole. La stoffa era brutta, tutta rappezzata.   I colori dello spettacolo erano straordinari.

 

D. C’è un momento dello spettacolo che hai sentito di più? In cui ti sei sentita più coinvolta?

 

R.  La scena della morte, quella del tamburo. E’ un colpo per il pubblico, tremendo. Lei attraverso il tamburo parla, esprime tutta la sua disperazione e  tutta la sua paura, e avverte… e poi, naturalmente, la morte, d’effetto, su un tetto di una casa, io riuscivo anche a dare un’emozione forte perché per metà cadevo e poi rimanevo sospesa. In quella scena c’erano i due contadini, uno era la Maria Zanoli, una donna del popolo, molto bella, molto attuale, era un’attrice straordinaria.

 

D. Per lei è stato un grande successo, le critiche, tutte, anche quelle negative verso gli altri, la elogiavano tutte!

 

      R. Oh sì! Grandi elogi!  E da lì poi fummo invitati al festival di Bologna, dove abbiamo avuto grande successo, l’anno dopo questo. Non so, credo che Cesarina Gheraldi avesse degli impegni perché poi il personaggio di Madre Coraggio venne fatto anche da Ave Ninchi.

 

D.  A Bologna  andaste con Ave Ninchi ?

 

R. Sì. Questo spettacolo l’abbiamo fatto per tre anni. Prima a Roma, poi a Bologna e poi l’anno dopo l’abbiamo ripreso di nuovo a Roma, al teatro delle Arti. Ave Ninchi non mi convinceva molto. Cesarina Gheraldi era perfetta in quel personaggio. Ma era molto simpatica, mi ricordo, sempre a Bologna, c’era questo carro e il palcoscenico era in discesa e se tu non mettevi un fermo sotto le ruote finivamo in platea. Una volta accadde che il fermo non c’era e la Ninchi mi disse: “ Metti un fermo se no andiamo giù”, e io quatta quatta, carponi carponi andai a metterlo e dissi : “Guarda che il carro sta andando giù!”, “ Non te preocupar che lo rego col cul!” mi rispose!  Aveva un culo enorme!

 

D.  Il pubblico era felice?

 

R.  Il pubblico era entusiasta, era sempre pieno, non si trovava un posto. Dappertutto. A Bologna addirittura firmavamo gli autografi, come divi del cinema! Ma ripeto, Brecht era un autore sconosciuto, a Roma non era mai stato rappresentato.

 

 D. Eri soddisfatta del lavoro?

 

R. E’ sì! Fu molto gratificante! E’ stato un grande lavoro. Anche la Mandragola che ho fatto dopo è stato un grandissimo successo. Ma Madre Coraggio è stato irripetibile, ecco!

 

D. Cosa ne pensi a distanza di tutto questo tempo? Come lo ricordi?

 

      R.  Sai è difficile chiederlo a me che l’ho visto nascere. Per me è un ricordo fondamentale della mia  vita di attrice. Mi ricordo il successo che ha avuto il testo, subito dopo la guerra, e soprattutto ricordo con stupore e con gioia il coraggio che avevamo, il proposito di riunirci per fare qualcosa di importante di teatro, che avesse un senso. Abbiamo avuto molto coraggio. Guardando indietro io mica mi riconosco, oggi non so se rifarei la stessa cosa! Lo stesso personaggio, non so se lo rifarei, ci vuole una grossa sensibilità.

           La cosa più bella è che dall’entusiasmo di tutti, nasce, è nato qualcosa. Adesso non è più così, raramente succedono queste cose. C’è sempre dietro un teatro stabile o altro, e allora quando ci sono i mezzi, è tutto facile. Ma quando sei in una barca che non sai come andrà..nessuno di noi sapeva come sarebbe andata, in un piccolissimo teatro. E’ stato un miracolo!

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